Il ritratto espressionista dell’antropofagia: Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel

Il ritratto espressionista dell’antropofagia: Caniba di Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel

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Nel palmares di Venezia estremamente misurato, spicca l’ultimo interessante lavoro dei registi Lucien Castaing-Taylor e Verena Paravel l’ultimo interessante lavoro omaggiato con il premio speciale della giuria di orizzonti, un documentario ricercato, con spunti di riflessione molteplici e una consapevolezza piena del mezzo espressivo utilizzato.

Ciò che ci si aspetterebbe da un documentario su un tema tabù come il cannibalismo è l’orrore e una carrellata di immagini disgustose. I due registi hanno invece deciso di capovolgere le regole del gioco e insistere sull’illusione del vedo/non vedo, riprendendo il volto del protagonista, il famoso cannibale giapponese Issei Sagawa, in estremi close-ups che non lasciano distinguere i connotati del soggetto, rendendo impossibile delinearne la corporeità.

Accanto al protagonista campeggia il fratello, compagno di una vita. I due vivono quasi come due gemelli siamesi che non riescono a staccarsi. Si confessano davanti alla macchina da presa, rivelando le loro perversioni nascoste che ai loro occhi appaiono perfettamente normali. I loro parametri di valore mettono in discussione la morale comune.

L’opera dei due registi non è quella che ci si poteva aspettare: nel documentario non c’è una moraleggiante umanizzazione di un mostro, ma l’osservazione dello stile di vita di una figura che rappresenta prima di tutto un potentissimo fenomeno mediatico.

L’esperimento dei registi consiste nel cercare di rendere accattivante il proprio documentario senza mostrare nulla, o quasi, in un soppesato equilibrio di scene sfocate e spiragli di nitidezza invadente, che però sembra quasi perdere la sua portata scioccante.

La macchina da presa si allinea con il punto di vista dei due protagonisti, che vedono il mondo come una nebulosa indistinta in cui ormai i giorni si confondono.  Ma ciò che rimane ben distinto sono i ricordi di infanzia e l’immagine della perversione che li infesta. Scelta curiosa dei registi è quella di non tradurre tutte le parole dei due fratelli, lasciando prevalere le sensazioni e creando un perfetto ritratto espressionistico.

Il documentario è stato accolto freddamente, sia da chi è rimasto disgustato dagli argomenti trattati, sia da chi si aspettava la soddisfazione della propria morbosità, ma lo stile dei due registi francesi è al contrario una riflessione molto all’avanguardia, uno studio su ciò che il documentario può e potrebbe diventare. Un elegante approfondimento antropologico che decomponendo le immagini e trasformandole in efficaci suggestioni. non ha bisogno di mettere a fuoco per sconvolgere.

Mila Di Giulio 

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