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"La pazienza. (il solitario)" di Balthus

La mostra, suddivisa in due spazi, ripercorre l’intera carriera dell’artista, proprio nell’anno del quindicesimo anniversario dalla morte. Alle Scuderie del Quirinale si trova infatti una grande retrospettiva che attraversa con sapienza ed equilibrio l’intera produzione artistica di Balthasar Klossowski de Rola. A Villa Medici è stato invece allestito “l’Atelier” dello stesso artista. Balthus era molto legato all’Italia e agli artisti italiani, quindi è un’occasione imperdibile poterlo ammirare proprio a Roma. L’esposizione è stata aperta il 24 ottobre e si chiuderà il 31 gennaio.

Balthus diceva: «bisogna imparare a spiare la luce. Le sue modulazioni, le sue fughe e i suoi passaggi. Fin dal mattino, dopo la prima colazione, dopo la lettura della posta, bisogna informarsi sulle condizioni della luce, apprendendo allora se quel giorno si dipingerà, se ci si addentrerà profondamente nel mistero del quadro. Se la luce dell’atelier sarà buona per mettervi piede». I suoi dipinti rispecchiano in pieno queste parole. Costruiti con cura, hanno per base la luce e la prospettiva geometrica che il pittore ha conosciuto studiando e copiando i grandi del ‘400 italiano come Piero della Francesca.

Ogni dipinto di Balthus è una finestra che apre una nuova luce, lo si coglie fin dai primi anni del suo operato. Già nel 1929 Balthasar dipinge una prima versione di quello che egli stesso definiva uno dei suoi più grandi capolavori, “La strada“, poi ridipinto nella sua versione definitiva nel 1933. Il dipinto racchiude in luce tutte le tematiche care al pittore e le rende con una forza irresistibile. L’attenzione per l’erotismo e la passione per i giochi dei bambini, tutto incorniciato da una perfetta prospettiva geometrica. La fisicità dei giochi infantili richiama l’eros e le posizioni selvagge dei dipinti successivi.

Superata la prima sala della retrospettiva, dedicata a “La strada” e alle opere giovanili, si è catapultati in uno dei temi più cari all’artista: l’infanzia.
Balthus dipinse numerosi quadri raffiguranti bambini o preadolescenti, un esempio è “I bambini Blanchard“(1937). Qui l’artista immortala due bambini che giocano e ciò che più colpisce del dipinto è la postura tipica dell’infanzia, scomoda e spontanea dei due bambini. Balthus mira a portare sulla tela quell’elemento di spontaneità quasi selvaggia oramai scomparsa nel mondo meccanizzato della “società adulta”. E si direbbe che lo stesso obbiettivo hanno i dipinti successivi dell’artista, quelli più famosi che ritraggono scene di nudo infantile. Spiccano le varie versioni de “La Camera” (1947) o “La settimana con quattro giovedì“(1949). In entrambi i dipinti il soggetto principale è una figura femminile. Nel primo una ragazza probabilmente appena adolescente completamente nuda e adagiata su di una poltrona. Il secondo con posa molto simile, ma la fanciulla è vestita, e il panneggio lascia intravedere le carni. Le scene di nudo infantile potrebbero far gridare allo scandalo, si potrebbe tacciare l’artista di pedofilia e perversione. In realtà gli acerbi corpi di queste ragazze mirano semplicemente a configurare una sorta di non finito, una porta a metà tra l’infanzia e l’età adulta, una porta aperta verso le infinite possibilità dell’infanzia non ancora chiuse alla fissità dell’età adulta.

Le scene dipinte sono per lo più di interni, e se si osserva con attenzione si può notare un personaggio secondario sempre presente: il gatto. Il felino rappresenterebbe Balthus stesso come un testimone interno alla scena dipinta, una scena proibita, privata, a cui nessuno potrebbe o dovrebbe assistere tranne appunto il gatto, messaggero a metà tra il reale e lo spirituale. Ciò che più colpisce è la versione di quiete assoluta con cui l’eros viene rappresentato, contrariamente ad oggi. Siamo ormai abituati ad un’immagine violenta del sesso e dell’erotico. Qui la prospettiva è diversa. Non viene catturato un momento di foga o di movimento, ma figure di carta nella loro quiete che esprimono tutta la loro fragilità. Il sesso non come potere, ma come delicata spontaneità. Questo fa si che si staglino paradossalmente con forza contro il sostrato sociale da cui traggono avvio, mantenendo viva la possibilità di una società selvaggia contro quella reale, ormai meccanizzata e “addomesticata”.

di Andrea Gigante

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