Mostri sacri e ciotole di patatine

Mostri sacri e ciotole di patatine

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Un vivace campanello di persone lungo la Salita di GianTomaso Liverani, che dalla Chiesa della Trinità dei Monti conduce fino a piazza di Spagna. Una comitiva eterogenea, tra cui spiccano un signore elegantissimo ed aristocratico, con il suo panciotto, il fazzoletto da taschino, ed un dandismo meravigliosamente vintage, alcuni uomini di mezza età dall’aspetto eufemisticamente eccentrico, con occhialetti da vista dalle lenti piccole quanto un bottone, giacche fluo e baffoni pettinati, ed un anziano e venerando giornalista di Repubblica ormai in pensione, che si appoggia malfermo al suo bastone da passeggio e scruta tutti con i suoi severi occhi chiari da sotto la tesa del cappello.

Tutti sono lì, entusiasti, per l’inaugurazione della mostra Contemporaneamente, allestita presso la Galleria Mizar.

La sala è piena, di persone, di voci, di calici di vino. Le opere perdono la loro funzione protagonista e diventano piuttosto un grazioso ornamento per un conviviale evento mondano. Tutti conversano in un divertimento concitato, e sembra che  prestino poca attenzione alla cornice contestuale entro cui sono inseriti. È anche stato chiamato un ragazzo perché suoni la chitarra, ma il suono dello strumento non riesce a sovrastare il chiacchiericcio della folla che vibra nel piccolo ambiente della galleria.

Eppure le opere esposte appartengono all’arte contemporanea italiana di prima categoria.

Tra gli artisti figurano Fontana, Burri, Scialoja, Pascali, Lo Savio, Kounellis, Rotella, Schifano, i cui quadri sono esposti insieme a mobili ed oggetti di design di Ponti, Parisi, Vigo, Nobili, Salocchi, Introini, Aulenti, e chi più ne ha più ne metta.  L’esposizione prende la forma di un viaggio metaforico che riporta indietro agli storici anni delle avanguardie. Proietta lo spettatore all’interno dell’incredibile, glorioso scenario artistico italiano della seconda metà del Novecento, quando coesisteano, forti e battagliere, correnti come l’Arte Povera, l’arte concettuale, il surrealismo e la Trasvavanguardia, in un gioco di rimandi e scontri dal sapore squisito.

Sfugge, tuttavia, nella mostra della Galleria Mizar, il criterio espositivo seguito dal gallerista. La mancanza di ordine riporta immediatamente lo spettatore, fino ad un istante precedente immerso nella contemplazione di uno Schifano, all’interno della dimensione della contemporaneità; l’inganno temporale, così dolcemente malinconico, si frantuma, e di nuovo riappare la folla, il chiacchiericcio, le patatine dentro le ciotole che accompagnano lo spumante. L’assenza di ordine, o meglio il caotico disordine, danno al tutto un je ne sais pas un po’ voyeurustico. O forse, in un vernissage dettato dagli interessi economici del mercato dell’arte, la razionalità espositiva non è evidentemente il più fondamentale dei presupposti.

 

Giulia Quinzi

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