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Giorgina Pi porta in scena SETTIMO CIELO di Caryl Churchill _ dal 19 al 31 marzo al Teatro India. Recensione

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Dal 19 al 31 marzo al Teatro India

ritorna Settimo Cielo, capolavoro del 1979 di una delle penne più importanti della scena internazionale,

la drammaturga inglese Caryl Churchill, portata sul palco dalla grinta autoriale di Giorgina Pi,

fra i fondatori della realtà romana e Premio Ubu, Angelo Mai, esempio di teatro felicemente “resistente” che

Teatro di Roma ha deciso di accompagnare nella produzione di questa commedia brillante che

dall’Africa coloniale si sposta nella Londra swinging degli anni della rivoluzione sessuale.

SETTIMO CIELO

di Caryl Churchill
traduzione 
Riccardo Duranti
regia Giorgina Pi
con Michele BaronioMarco CavalcoliSylvia De FantiTania GarribbaAurora PeresXhulio PetushiMarco Spiga
scene Giorgina Pi – costumi Gianluca Falaschi – musica, ambiente sonoro Collettivo Angelo Mai – luci Andrea Gallo

un progetto Bluemotion
Produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale, 369gradi in collaborazione con Angelo Mai

Ritorna in scena al Teatro India Settimo Cielo, uno spettacolo enigmatico quanto ironico, dai toni ambigui e cupi che ripercorre la storia individuale e collettiva di uomini e donne inglesi, costretti forse loro malgrado a confrontarsi con gli scenari di cambiamento della società e con quel forte desiderio di cambiamento e confronto reciproco che inondano la vita nella sua ragion d’essere e soprattutto nelle sempre più complesse dialettiche tra i sessi e fra le nazioni, tra dominati e dominatori, alla ricerca di un futuro che si configura sempre più incerto e coperto di nebbia.

Nelle dense tele della drammaturgia di Caryl Churchill la distinzione tra individuale e collettivo si rende sempre più sfumata, per poi esaurirsi totalmente nel finale, in cui viene posta in essere la complessa stratificazione dei percorsi di decolonizzazione (dell’Africa e poi della coscienza individuale) e di riscatto verso gli altri, sublimando sulla scena l’universo politico della cultura punk e dello “stile” queer, nella difficile adesione tra desiderio e vita, tra l’essere e il voler essere. La volontà di potenza di figure strette in corsetti e in abiti parodiati si va a scontrare con le realtà economiche e sociopolitiche che investono gli enigmatici personaggi, di cui riesce a capire più il pubblico che loro stessi.

Rifacendosi ai miti elaborati da Jean Genet i personaggi affrontano la loro interiorità combattendo contro i ruoli imposti dall’ordine sociale e dalla colonizzazione delle terre ma soprattutto delle anime e dei corpi, per poi spostarsi sul campo di battaglia più complesso e accidentato: quello permanente del rapporto tra sesso e potere.

Le scelte registiche e scenografiche ci riportano in universo punk che sembra fissato nel tempo: le sovradimensionate scritte al neon ci indicano luogo e data (così lontani ma così simili in moltissimi aspetti posti in discussione) mentre gli oggetti di scena e i costumi ci conducono verso un limbo estetico sempre attuale e contemporaneo, a sostegno della recitazione e dei meccanismi della commedia. I movimenti postcoloniali e di presa di coscienza, i movimenti di autodeterminazione LGBT e il femminismo fanno da sfondo ma anche da spinta drammaturgica nell’economia dello spettacolo, portando lo spettatore a riflettere ma anche a porsi delle importanti domande a seguito del divertimento e soprattutto di un finale che sembra proiettare la coscienza verso un terzo atto mai scritto, a quarant’anni di distanza dalla stesura della drammaturgia e dall’ambientazione del secondo atto.