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“Niente più niente al mondo”, Crescenza Guarnieri e Nicola Pistoia ballano sulle note troppo in bianco e nero di un amore arabo, un marito invisibile e un Vermouth

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È andato in scena al Piccolo Eliseo “Niente più niente al mondo”, con Crescenza Guarnieri. In cartellone fino al 13 dicembre. La Guarnieri indossa una sottoveste cinese da 12,90 euro, ha una bottiglia di vermouth in mano, e parla. Parla per tutto il tempo, costruisce un monologo. Solidale solo con se stessa, si sfoga contro il mondo, contro la figlia, contro il suo sangue, il sangue che, poi, si ritrova anche sulla sua veste dozzinale.
A Torino, nei quartieri operai, si snoda una piccola storia manichea. Forse un po’ troppo manichea per essere vera. I Buoni e i Cattivi. I buoni da pochi spiccioli e i cattivi con nomi altisonanti e un po’ fantozziani.
Non esistono mezzi termini, e si dipinge il mondo dei genuflessi a un potere solido e autocratico. L’altare dei diversi, dei figli di un dio che non è più nemmeno un dio, il sindacato, è pieno di alcol e sperma ottenuto artificialmente con scatolette di viagra, centellinate fino al micron.
Anche l’amore di questi ultimi è contabilizzato, sul libro mastro della vergogna della generazione Fornero.
Scriveva Louis-Ferdinand Céline in “Viaggio al termine della notte”, che «L’amore è come l’alcol, più si è impotenti e sbronzi e più ci si crede forti e scaltri, e sicuri dei propri diritti». La Guarnieri è sicura solo di una cosa, di poter e dover bere. E in questo lento declino verso il basso lei si lancia come un Icaro perdente verso la disintegrazione.

La distruzione di ogni speranza viene messa a nudo dalla Guarnieri che, con un tocco acidulo, con un principio di disperazione si lascia andare a un monito verso il pubblico e i “comunisti”. Meno male che non esistono più, vista la deriva cattocomunista e moralista che avevano preso. Ma rimpiangere un Eldorado che non c’è è un po’ troppo.

Ma forse lo spettacolo non è solo un conato revanchista, ma anche un inizio di una ribellione morale. E non solo il singhiozzo esterofilo di un arabo che chiama “habibi” sua figlia, ma anche la possibilità di una rigenerazione morale che vuole diventare solida a far tirare fiato al pubblico.

La regia di Nicola Pistoia mette a nudo il vuoto da Ikea e posticcio di una persona che non ha più nulla. Nemmeno un marito a cui dare la colpa. La scenografia di Francesco Montanaro e i costumi di Sandra Cardini fanno registrare ancora di più il vuoto pneumatico di un anima in bilico tra l’alcol e la vendetta da consumarsi, preferibilmente, in televisione e ben vestita.