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Se manca la felicità, perché andare a teatro? All’Opera di Roma in scena “Le Baccanti” di Henze

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Non solo applausi per “Le Baccanti” di Hans Werner Henze, uno spettacolo andato in scena il 1 dicembre all’Opera di Roma. La bacchetta di Stefan Soltesz ha guidato il pubblico nella lettura della partitura complessa di questo lavoro novecentesco con maestria ed eleganza, ma il pubblico ne è uscito comunque spaccato.
La lingua di Henze, che passa da uno stato quasi mistico di pace debussyana, a una dimensione catastrofica, che rieccheggia le note di Stravinsky de “Rise of spring”, ha portato il pubblico a non saper scegliere se non in modo dialettico.
Tesi e antitesi sono esplose alla fine, quando tra gli applausi sono scivolati anche molti fischi. La regia di Martone, insieme alle scene di Sergio Tramonti, ha proposto una lettura contemporanea, mista a una scenografia che richiamava i fasti antichi. Lontano dalla monodimensionalità del vaso greco, i personaggi nella drammaturgia hanno colorato il palcoscenico di colori diametralmente opposti: la distinzione tra il chiaro e l’oscurità ha fatto, per tutto lo spettacolo, la differenza tra un bene e un male che non esisteva.
Le Baccanti, nella versione di Henze, è uno spettacolo che non conosce la catarsi. La risoluzione finale non viene offerta al pubblico che così non ha il tempo di metabolizzare l’orrore. La condizione di servilismo del Capitano, Andrew Schroeder, ma anche di Tiresia, Erin Caves, sono una offerta del potere umano al Potere statuale. La loro lingua musicale è bassa, condizionata, umile fino al servilismo. Ma bellissima.
Spicca Ladislav Elgr, Dioniso, che, nonostante una scivolata nelle prime battute, ha saputo regalare al pubblico la vera essenza nicciana del potere dionisiaco. Sensuale, fino quasi all’oscenità. Veronica Simeoni, Sara Hershkowitz, Sara Fulgoni sono state molto brave, eppure non si riesce a potere dire “Ottimo”. Perché?
Perché lo spettacolo stesso lascia perplessi. Lascia un tono amaro nell’animo. Una lama oscura che non permette di essere “felici”, perché la dimensione del male vince. Vince Eichmann, vince il numero oscuro della burocrazia, vince il Capitano, che si lascia andare al nuovo padrone: un Dio, un dio volgare, potente e violento. Un dio troppo umano, per essere divino. Se non si può essere sicuri di poter essere liberi di avere un sospiro di sollievo, perché andare a teatro?