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Voci dal Conservatorio, “Dove nasce un’orchestra, là arriva la Civiltà”, intervista al Maestro Pawel Piotr Gorajski

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Maestro Gorajski, l’1 novembre ha deciso di aprire il concerto al Teatro Eliseo di Roma con la Sinfonia n 5 di Franz Schubert, scritta dal compositore appena diciannovenne. È una scelta casuale, o c’è qualche messaggio da captare?

La coerenza strutturale del programma di questo concerto si focalizza verso una ricerca di squisito candore. La Quinta è una sinfonia luminosa, intrisa di elegante semplicità. Solida nella forma quanto ispirata nell’invenzione melodica, tipicamente schubertiana, talvolta umoristica nei tratteggi imitativi del primo movimento. E’ una composizione che guarda a Mozart e in particolare alla sinfonia K. 550 come modello di riferimento. Sorprende per il gusto “rétro” volutamente anacronistico: giunge dopo la sinfonia n.4 “Tragica” tornando ad un organico ridotto, primo sintomo di un voler ripensare al passato, in particolare allo stile classico viennese, con spontanea gratitudine. In questo non è però una sinfonia relegata ad una condizione di totale deferenza al classicismo: possiede soprattutto nel tessuto armonico quelli che sono gli afflati romantici della tragicità schubertiana, che si compiranno pienamente poi nell’Incompiuta. La Quinta è una sinfonia che sta per compiere due secoli eppure riesce a svincolarsi dal peso dei suoi anni, a manifestarsi ancora nella sua incredibile freschezza.

La sua natura italo-polacca le permette di essere in grado di cogliere il meglio della cultura musicale di entrambi i due popoli. Cosa si sente di dire come musicista italiano e polacco sullo stato dell’arte della musica classica in entrambi i Paesi?

Sono arrivato in Italia da piccolo e ricordo davvero poco dei miei brevi trascorsi in Polonia, un Paese che sta uscendo lentamente da un periodo di ibernazione sociale durato decenni. Torno di sovente a Lublin – dove sono nato – ed  ho avuto modo di constatare il fervore culturale che si respira lì, come in altre città polacche, ormai da qualche anno. I Conservatori sono pieni di giovani entusiasti, le orchestre non mancano e le sale da concerto sono gremite: è un popolo che sembra avere un’incontenibile fame di Bellezza, che investe nella cultura proponendola come principale strumento di riscatto sociale.
Per quanto riguarda l’Italia, sono costretto a sospirare amaramente. Tutte le orchestre che hanno chiuso negli ultimi anni, quelle che ancora chiudono, i tagli alla cultura: è un pensiero terrificante. Il discorso è noto: questa è la patria dell’Opera e di un certo modo di fare musica che è stato esportato in tutta Europa, ma parte dei nostri governanti sembra non rammentarlo. Il problema italiano è prettamente di tipo culturale e politico: spesso le logiche economiche sono meramente legate al solo guadagno monetario, avulse dall’intendere quanto la cultura sia vitale per i cittadini. Dove nasce un’orchestra, là arriva la Civiltà.
L’orchestra è anche un incredibile strumento pedagogico: quel luogo magico dove i giovani imparano ad ascoltarsi, una micro-società fondata sul rispetto reciproco, volto alla realizzazione di idee condivise. Dimenticarsi del proprio patrimonio culturale, non tutelarlo, è asfaltare prepotentemente il futuro delle prossime generazioni e del Pensiero. Ma io non amo il vittimismo fine a sé stesso: credo si possa ancora sperare. Esistono realtà estremamente positive incoraggiate da Sovrintendenti illuminati, Direttori artistici coraggiosi, Accademie e Conservatori d’eccellenza.

Come ha trovato i ragazzi del Conservatorio di Santa Cecilia che si sono cimentati in questi monumenti della musica classica?

I professori d’orchestra sono selezionati tra i migliori allievi del Conservatorio. La compagine orchestrale ha ottime potenzialità che indubbiamente il percorso musicale di questa stagione  potrà favorire ed accrescere. Attendo con gioia di incontrarli alle prove: sono certo che sarà un’interessante esperienza umana  e musicale. I giovani spesso riescono ad incantare con la passione delle loro idee.

Il primo concerto per pianoforte di Beethoven sarà il secondo brano proposto nello spettacolo del 1 novembre. Un brano giovanile anche questo, che poco ha dell’etereo, seppur titanico, concerto Imperatore, ma anche molto mozartiano. Come mai questa scelta?

E’ indubbiamente una scelta di coerenza, che si accosta bene alla Quinta sinfonia di Schubert. Come appunto per la Quinta, questa partitura sorprende per la elegante luminosità del pensiero musicale, intriso qui di ottimismo beethoveniano, dissimile da quella gioia schubertiana, talvolta velata da timido pessimismo. E’ da subito evidente la potenza espressiva insita nell’idea beethoveniana di “frammento tematico”. Non manca poi il conflitto interiore della Musica con sé stessa, stemperato da placide zone di intenso lirismo quasi fuori dal tempo, in cui il tessuto orchestrale è sempre radicalmente nitido. Inoltre per me sarà un grande onore lavorare alla realizzazione di questa partitura con Joao Tavares Filho, giovane pianista originario del Brasile che vanta già numerosi concerti in Sud America, Stati Uniti ed Europa.

C’è molta poca fiducia, Maestro, nella possibilità della musica “classica” di dire ancora qualcosa di comprensibile ai giovani di oggi. Spesso il linguaggio musicale contemporaneo rasenta quasi l’imperscrutabilità e l’ermetismo, tanto sembra rivolto più al compositore che agli ascoltatori. Cosa dovrebbe fare la “classica” per “non morire”?

L’imperscrutabilità e l’ermetismo sono conseguenze di una determinata scelta e talvolta si rivelano esperienze valide se frutto di un pensiero musicale sincero. Sincerità che sfocia nella “necessità” di parlare al proprio tempo e non di “parlarsi addosso” o solo tra circoli ristretti ed autoreferenziali. Basti pensare all’attacco della Quinta sinfonia di Beethoven: quattro note dense di dubbio, ermetiche, forse imperscrutabili nella loro metafisica sonora. Eppure estremamente sincere e comprensibili da chiunque.
Dunque non credo che il problema della musica contemporanea sia l’apparente incomprensibilità, quanto la sincerità del compositore nel non perdere contatto con la propria umanità. Credo innanzitutto in una musica trasversale, che riesca ad “arrivare” intellettualmente, spiritualmente ed emotivamente a tutti, dal premio Nobel che in una partitura scova la Serie di Fibonacci all’analfabeta che si invola comunque al sublime. La trasversalità è scevra di temporalità, ma resta ancorata ad un sentire contingente collettivo: per questo tende all’eternità e genera capolavori. Fare questo è molto più difficile che scrivere musiche basate solo su equazioni o effetti. Comporta anche un voler educare, prendere per mano il pubblico, senza però scadere nell’accondiscendenza dei gusti o nella rassicurazione estetica. Il gesto della creazione è sacrificio terribile per ogni compositore: impone una nudità senza riserve. Ma sono speranzoso anche riguardo questo tema: compositori sinceri, nei quali possiamo riporre fiducia, non mancano.

Lei è anche molto impegnato nel sociale, ci può parlare di “Musicfor”?

Musicfor” è una realtà meravigliosa della quale sono membro dal 2009. E’ una Onlus internazionale  che riunisce tanti musicisti provenienti da varie parti del mondo ed opera in ambito concertistico e umanitario, sviluppando progetti musicali nelle aree più disagiate del pianeta.
Proprio di qualche mese fa è la tournée italiana dell’orchestra angolana Kaposoka, realizzata dal “Musicfor” in sinergia con il Governo angolano, il ministero degli Affari Esteri italiano e i tanti Conservatori italiani che hanno ospitato questi giovani musicisti africani. Ho avuto modo di dirigere quest’orchestra sia in Angola che in varie città italiane: il mio ricordo è intriso di profonda gratitudine verso questi ragazzi pieni di speranza, che tanto mi hanno insegnato.
Credo che la vocazione di servizio all’Arte non si esautori sul palcoscenico, ma si estenda anche nella propria quotidianità. Dunque l’impegno sociale è condizione imprescindibile del vivere la Musica con coscienza, mediante sentimenti politici di pace, fratellanza ed eguaglianza.