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Il nuovo libro di Nikita Petrov svela altri orrori della Russia Sovietica

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Una nuova tessera si aggiunge al mosaico delle crudeltà perpetrate dal regime totalitario comunista dell’Urss:
quella del “Laboratorio X” di Mosca, dove vari farmaci e veleni erano somministrati ai prigionieri sovietici. È una delle rivelazioni fatte dal professor Nikita Petrov nel suo saggio “I boia agli ordini di Stalin”, uscito nel 2011 e ora tradotto anche in italiano dall’editore fiorentino Mauro Pagliai (collana “Verità scomode”, pp. 336, euro 18).

Nikita Vasilyevich Petrov (Kiev, 1957), uno dei massimi studiosi dei crimini dell’Urss, lavora presso Memorial, l’organizzazione russa impegnata nello studio della repressione politica sovietica. Nel suo saggio ricorda come l’esistenza di un laboratorio speciale, in cui si conducevano esperimenti letali sulle persone, sia stata ammessa da alcuni dei più feroci esecutori degli ordini staliniani, tra cui
Lavrentij Pavlovi? Berija e il suo fedele collaboratore Vsevolod Merkulov. Vennero utilizzate diverse tossine, da composti inorganici dell’arsenico e del tallio al cianuro di potassio e di sodio, fino a complesse sostanze organiche: colchicina, digitossina, aconitina, stricnina e curaro.

“I verbali degli esperimenti conservati sono in tutto 150”, spiega lo storico russo, “e in base ad essi sappiamo che il laboratorio era in attività dal 1937 o dal 1938. Nel 1946 Viktor Abakumov, direttore del Comando Generale di Controspionaggio Smers, diede ordine di smantellare la struttura e serbò i documenti nel proprio ufficio”. Nel
1954 un fascicolo intitolato Materiali del laboratorio X fu trasmesso dalla procura generale al Kgb per conservazione perenne. “L’odierna Fsb”, denuncia Petrov, “oggi ne tiene segreto il contenuto, nonostante l’articolo 7 della Legge sul segreto di stato vieti la segretazione di prove di repressioni e crimini contro la giustizia”.