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“Come un granello di sabbia” di Massimo Barilla e da Salvatore Arena. Quando l’ingiustizia diventa sistema

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Il 13 febbraio del 1976, a diciotto anni, Giuseppe Gulotta, giovane muratore con una vita come tante, viene arrestato e costretto a confessare l’omicidio di due carabinieri ad Alkamar, una piccola caserma in provincia di Trapani. Gulotta ha vissuto ventidue anni in carcere da innocente e trentasei anni di calvario con la giustizia. Alla sua storia è ispirato lo spettacolo Come un granello di sabbia, scritto e diretto da Massimo Barilla e da Salvatore Arena, che darà voce a Gulotta e agli altri protagonisti di questa vicenda, in scena venerdì 11 ottobre (ore 21) al Teatro India. Il delitto nasconde misteri indicibili: servizi segreti e uomini dello Stato che trattano con gruppi neofascisti e mafia traffici di armi e droga. Per far calare il silenzio serve un capro espiatorio, uno qualsiasi. Inizia così il patimento di Gulotta, un uomo che non è mai fuggito, ma ha lottato sempre a testa alta, restando lì, «come un granello di sabbia» all’interno di un enorme ingranaggio, fino al processo di revisione (il decimo, di una lunga serie), ostinatamente cercato e ottenuto, che lo ha definitivamente riabilitato.

Una storia dai contorni oscuri e tormentati e dalle conseguenze drammatiche e non risanabili. Affrontare questi avvenimenti sulle tavole di un palcoscenico pone di fronte a una grande responsabilità: la responsabilità di non tacere l’incredibile caso legale, la lunghissima serie di omissioni, errori, leggerezze, falsificazioni, palesi violazioni della legge, che oggi consentono di definire questa storia come una vera e propria frode giudiziaria. Giuseppe Gulotta, è rimasto ancorato alla sua straordinaria incapacità di maturare rancore, nonostante abbia subito una vicenda assurda e durissima cominciata a diciotto anni e finita trentasei anni dopo, quando le confessioni postume di un carabiniere che ha raccontato delle torture e della dissennata gestione delle indagini, ha consentito il processo di revisione e la completa riabilitazione. Il senso profondo di questa drammaturgia nasce da quello che il protagonista è riuscito delicatamente a consegnare, molto di più che dallo studio delle carte processuali e dei documenti storici: il racconto di una gioventù interrotta, l’arresto, le torture, la lunga carcerazione, ma anche l’irriducibile speranza in una restituzione finale della propria umile e alta identità. Il racconto è infatti declinato attraverso la vicenda umana di Giuseppe (ma anche di Salvatore e Carmine – le due vittime della strage – o di Giovanni, Vincenzo, Gaetano – gli altri capri espiatori designati), rendendo giustizia alla sua dimensione personale, quella di una vita quasi interamente sottratta per ragioni inconfessabili.