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Daniele Pecci è “Il fu Mattia Pascal” al Quirino di Roma

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Tre personaggi: Mattia Pascal, Adriano Meis, il redivivo Mattia Pascal.

La Morte dell’identità delle maschere nude.

La rinascita attraverso qualcosa di nuovo: l’umorismo.

La decomposizione della morte nella vita.  

La semplicità che serve la complessità è la scelta estetica e registica della messinscena del romanzo di Pirandello, così come per i tanti testi pirandelliani già realizzati.

È la stessa lingua che lo impone. È la complessità filosofica che lo esige. È il profondo sentire che ritrovo in Pirandello ad avermi sempre consentito di esprimere le geometrie e i ritmi serrati che sono alla base del mio concetto di regia.

L’adozione di una recitazione lineare, l’essenzialità del messaggio drammaturgico in questo Il Fu Mattia Pascal servono ad assegnare ai tre personaggi, tre punti di vista delle diverse vicende.

È uno stare in equilibrio di Mattia sulla scena.

I portali del baratro sono sempre in azione. Si aprono e si chiudono su ricordi, incubi, amori, malumori, famiglie, donne, città.

Un’acrobazia della coscienza sull’incoscienza, della Morte sulla vita. Ed è in questi azzardi di Mattia che cadono gli altri personaggi: tutti traditi e traditori. Vittime e carnefici impastati.

E allora Mattia è un codardo o è un eroe negativo?

È Mattia Pascal e si tiene in bilico… con il rischio di cadere sempre giù.