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La Dama di Čajkovskij incanta Roma. Il Costanzi vince la sfida e porta a tutti i romani il mistero, l’ossessione e la grazia

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È forse l’opera più densa dell’intera storia compositiva di Pëtr Il’ič Čajkovskij. La “Dama di picche”, (Pikovaja Dama), è un’opera in tre atti e sette quadri, un testo preso da un lavoro di Aleksandr Sergeevič Puškin. Il pregio di questa splendida opera è quello di essere riuscito a conciliare lo stile di Čajkovskij con le esigenze del grande spettacolo.
Proporlo è stata una sfida per il Teatro Costanzi, una sfida vinta sicuramente. Tenendo presente lo stile particolare del compositore russo, che emerge chiaramente dal lavoro “Onegin”, fondato principalmente su una poetica profondamente intrisa di lirismo, soprattutto nella preparazione del dramma, e su una spettacolorità, quasi una forma di “gestualità” della musica, come ne “La bella addormentata”, non è stato facile riuscire a far comprendere la profondità di un lavoro così personale.
La scenografia di Davis ha trattenuto lo spettatore in una dimensione pre-onirica, dove la realtà ancora la fa da padrona, evitando la vertigine del precipizio della “non dimensione”. Così tutto resta fisso eppure in movimento, conquistandosi una spazio nel cuore di chi guarda. Uno spazio in movimento, un luogo di dialettica scenografica che non conosce il tempo ma lo controlla.
La “Dama” diretta da James Conlon ha evidenziato tutti i tratti profondamente sensuali dell’opera. Facendo emergere, con un lavoro certosino, tutti gli aspetti più nascosti di una partitura quasi esoterica.
La “Dama” ricalca le scene liriche dell’“Onegin”, pur non essendo legate a una idea di consequenzialità, garantendo così al compositore una notevole varietà nella partitura, fondata sull’analogia e sulla rievocazione musicale. Il “divertissement” viene riproposto, ma in modo differente: con una stilizzazione antiquaria il “pastiche” propone una rilettura squisita di quello stile che il pubblico aveva già potuto apprezzare nelle Variazioni rococò e nella Suite Mozartiana.
Certo, sono presenti molte analogie con la “Manon Lescaut” di Massenet, frutto di un lavoro di trasformazione partito già con “L’Africana” di Meyerbeer: la celebrazione della morte della grand-opera e la nascita dell’opéra Lirique.
L’intepretazione del Costanzi, con le scene e i costumi di Robert Macfarlane è riuscita a evidenziare, giocando su una diagonale temporale sincronica, quel piacere del compositore nel lavorare a un’opera dalla quale emergeva quasi un “Doppelgänger” della sua personalità. L’opera, infatti, esalta la tendenza al rifugio nel classicismo da parte di Čajkovskij e la schizofrenia di un istinto che lo porta verso i confini di un abisso nel quale cadrà. La dialettica di questi due punti si risolve nel II atto: la festa a palazzo, che concede all’anima dell’ascoltatore, sintonizzata su quella del compositore, di riposare le corde, e la seguente scena della morte della Contessa.
Il German, Maksim Aksenov, con una voce che ha richiesto un lavoro particolare, anche a livello orchestrale, riesce a dare vita alla performance spirituale del personaggio. Da un German amoroso, a un German vizioso e assassino. German è Čajkovskij, lo si è compreso fin dalle prime battute. Aksenov, forse, non ha colto la sintonia tra lui e il compositore, ma nella formulazione di una voce ben impostata, sebbene a volte debole in confronto al corpo sontuoso dell’orchestra, riesce a conquistare lo spazio che merita.
Già dal primo atto, nella scena e arioso di German, Aksenov si accompagna perfettamente al tema che già si era sentito all’inizio. Anche il contrappunto, perfettamente bilanciato di Eleckij, Vitalij Bilyy, con German risulta perfettamente condotto; una scena che riporta in mente l’Onegin.
Oksana Dyka, Liza, nel monologo del I atto, annunciato dal corno inglese, fa vibrare il cuore, insieme alle arpe che annunciano, con moto ascensionale delle zone armoniche, il climax emotivo. È semplicemente “brava”. Il conte Tomskji, Tomas Tomasson, già nella sua ballata fa intuire le sue potenzialità vocali. Elena Zaremba, la Contessa, tiene la scena maestosamente. La romanza di Polina, Elena Maximova, formata da couplets ordinati secondo una ripetizione del ritmo, è profondamente borghese. Con una dichiarazione di intenti claustrofobica che riesce a far intuire, anche solo vagamente, l’asfissia emozionale nella quale vive Liza. Una sorta di radiografia dell’inner circle emotivo della ragazza.
L’opera resta programma fino al 30. Si ricorda che, solo per i ragazzi fino a 26 anni di età, 30 minuti prima dell’inizio dello spettacolo è possibile comprare i biglietti a 15 euro per qualsiasi posto libero in sala.