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L’amore vero di Accabadora

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Si narra che storicamente, in Sardegna, alcune donne si incaricassero di portare la morte a chi, in fin di vita, la richiedesse. Questa figura femminile prese il nome di ‘Accabadora’; una silhouette macabra che Michela Murgia ruba dalla mitologia sarda, per inserirla in un rustico contesto familiare.

Da un ambiente astratto, una piattaforma su cui giace un essenziale mobilio metallico, emerge la figura di Maria. Inizia subito a raccontare al pubblico del suo viaggio a Torino, di com’è organizzata la città, delle sue camminate… ma no, non lo racconta agli spettatori, lo racconta alla zia, Bonaria Urrai. Ed ecco come lentamente, tramite racconti, aneddoti, esperienze di vita, inizia a tessere la trama della storia, dove il filo rosso del racconto è l’immenso amore per la madre adottiva, la zia.

‘Accabadora’ è uno spettacolo semplice, profondo e toccante nella sua essenzialità. Maria è chiusa in una gabbia mentale – la piattaforma, che è uno spazio isolato – dove si costringe a confrontarsi con l’immagine di sua zia. Il dramma – grazie alla penna della Murgia e alla drammatizzazione di Carlotta Corradi – porta in scena il tema dell’eutanasia e del rapporto genitore figlio, anche quando questo non è naturale, con grande leggerezza. Una graziosissima Anna Della Rosa tira le fila della narrazione, con una splendida interpretazione che rapisce lo spettatore; mentre la regia di Veronica Cruciani lo travolge in un turbine trepidazione. Lo spettacolo è curato sotto ogni aspetto, dal design sonoro a cura di  Hubert Westkemper, fino al disegno luci di Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello.

Spiegare l’amore attraverso la morte e l’abbandono, è questo che colpisce in ‘Accabadora’, un sentimento che va al di là della perdita, e che imprigiona Maria fino a che la perdita stessa la libera completamente, permettendole di amare ancora, incondizionatamente. Perché come disse Aldous Huxley: “Non esistono formule, né metodi: solo amando noi impariamo ad amare”.