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L’arte della strada entra in galleria

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Inaugurata ieri, 28 Settembre, la mostra collettiva “Urban Eyes” a ‘Il Margutta’, delizioso locale nell’omonima via nel centro di Roma.

L’Urban Art nasce negli USA negli anni settanta – ottanta ed è a New York, capitale mondiale storica dei graffiti, che si sviluppa e che viene lanciata. Oggi, anche se l’ispirazione e il riferimento è all’estetica americana, tuttavia, come normale che sia per un’arte che fonda le sue radici nella strada e nel grigio suburbano, le opere mantengono tratti peculiari relativi al luogo da cui l’artista proviene e agisce.

Si tratta di una forma d’arte legata al mondo del writing e della street art ed è da questo tipo di ambiente che gli artisti presentati a Il Margutta provengono: quelli che potremmo considerare i veri e propri pionieri dei graffiti e dell’arte di strada in Italia, in particolare a Milano.

Non a caso Urban Eyes suona come ’urbanize’, urbanizzare: una trasposizione di ciò che vedono gli occhi del cittadino della metropoli, rielaborato coscientemente su materiali contenibili tra le quattro mura di un museo o di una galleria d’arte.

Dal metallo freddo della carrozzeria di un treno alla tiepidezza rassicurante della tela, dal brivido dell’effimerità del colore sul grigio cemento armato della città alla sicurezza del ‘senza-fine’ assicurato dalla conservazione all’interno dei luoghi deputati all’arte: un’istituzionalizzazione del decorativo selvaggio e ribelle che affascina al di fuori del mercato dell’arte per la sua immediatezza, gratuità e imposizione.

Descritto così sembrerebbe persa la vitalità dello spray sulla galleria en plain air del contesto urbano, e per certi versi lo è davvero: non si tratta più di una vera e propria sfida dialettica tra individui artistici in spazi liberi. Manca l’adrenalina della velocità d’esecuzione su muro.  Non ci sono più forme di lettere o una mimesi del mondo creata attraverso raffigurazioni più o meno legate al vero. Il bello delle opere presentate a Urban Eyes è una studiata rielaborazione di forme, colori, equilibri e squilibri di ciò che viene dalla strada: l’esternazione di una sensibilità artistica cosciente nella sua espressività, nei suoi mezzi e nelle sue forme.

Molto interessanti i lavori di Bruno Battaini in arte DAFF, che crea colorate e sapienti composizioni di adesivi soprattutto commerciali, alcune volte arricchite dal tipico ‘’spessore piatto” bianco e nero dei pezzi della vecchia scuola dei graffiti.

Colpiscono anche le opere di NEO (Stefano Banchieri) che rielabora le forme dei wild style (particolare e complesso stile di graffiti caratterizzato da lettere molto deformate e spesso intrecciate) in forme astratte e visionarie contornate da macchie e tracce di colore ottenute attraverso il dripping e segni che possono ricordare forme di marchi commerciali.

Figure essenziali e geometriche quelle delle opere di Luca Font che ricerca un punto d’incontro tra creazione e razionalità. Con le opere di questo artista ci troviamo di fronte a una grafica simile a quella pubblicitaria da cui però per certi versi si sottrae.

Paolo Martin Cremonesi alias EFY utilizza forme che ricordano simboli o rune, rielaborate attraverso le forme della tradizione artistica novecentesca e del writing, creando così figure suggestive e in qualche modo evocative per il colore e per l’equilibrio compositivo.

Colore, materia attiva e armonia danzante caratterizzano invece le opere esposte di Giorgio Bartocci donando un sottile e immediato piacere visivo allo spettatore.

Una mostra da vedere e su cui riflettere, magari sorseggiando un bicchiere di buon vino o assaporando il cibo vegetariano del locale.

La mostra sarà visibile fino a Novembre.