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Lehman Trilogy, l’Argentina vince la sfida con la storia riletta da Ronconi

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È vero: il denaro è un ottimo mezzo per sopportare la povertà. E la povertà dei fratelli Lehman, fondatori dell’impero Lehman Brothers, mal si concilia con quell’azienda fagocita denaro che ha chiuso i battenti anni fa, lanciando il mondo nella crisi globale nel quale ancora si dibatte.

Ma se il tempo è denaro e risparmiare il proprio è un guadagno, andare a vedere Lehman Trilogy, in scena all’Argentina fino al 18 dicembre è sicuramente un ottimo investimento.

In scena un pool di attori di primo ordine: da Massimo De Francovich, ottimo meta narratore delle avventure della dinastia interpretando Henry Lehman, sono stati applauditi a scena aperta Massimo Popolizio, Mayer Lehman e Fabrizio Gifuni, Emanuel Lehman e Paolo Pierobon, Philip Lehman.

Raccontando le avventure di una famiglia ebrea, fuggita dalla Germania povera della metà dell’ottocento, il racconto, lungo quasi sei ore, si dipana tra momenti di sincera ironia, fino a tratteggiare, nella seconda parte di questa odissea, i contorni di una farsa quasi fliacica che sembra sfociare più in una ilarotragedia.

Se nel primo pezzo di Trilogy i personaggi sono ancora credibili, essendo profondamente umani, pur se incastrati in una scenografia, quella di Marco Rossi, che ha il pregio di non essere inquadrabile storicamente, una precisazione che ci viene permessa solo dal lavoro del costumista Ginaluca Sbicca, nella seconda parte invece i contorni animaleschi di Denis Fasolo e di Raffaele Esposito, la nuova leva dei dirigenti della Lehman, che non sono più uomini, ma appunto bestie lascia un po’ interdetti.

Partendo da un tratto di satira si sbarca sulle scene crudeli di una poetica a la Artaud che stona vistosamente con la prima parte.

Ma la produzione del Piccolo Teatro di Milano e del Teatro d’Europa vince la sua scommessa, la vince con una platea piena e uno scrosciar di applausi che cementano il gusto del pubblico romano per il teatro civile e per l’indimenticabile Luca Ronconi.