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Scene da un matrimonio: visione sconsigliata a coppie sposate

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Entrare nel teatro Eliseo significa attraversare cento anni di cultura teatrale romana, tra costumi, cartelloni, marionette; un’esperienza sempre diversa che permette di sintonizzarsi con l’anima del Teatro romano; le sue assi logore calcate da Anna Magnani fino a Eduardo De Filippo. Perciò quando si spengono le luci in sala, e viene proiettato un contesto anni ‘60-’70 sulle pareti bianche di casa Giovanni, lo spettatore ha già vissuto un vero e proprio spettacolo, di diversa natura, che l’ha coinvolto in prima persona. 

Il testo di Ingmar Bergman è eccezionale, scava a fondo la psicologia dei personaggi fino a mettere radici nella cultura del dopoguerra, il nostro retaggio culturale. Da questo fiorisce con leggerezza la scenografia, curata minuziosamente nei minimi particolari, mentre i due protagonisti, Milenka e Giovanni, si alternano nella complessa coreografia che è la routine mattutina di una coppia sposata. Fin dall’inizio emerge la bontà e gentilezza del carattere di Giovanni, la sua serenità, in confronto alle posizioni più turbolente di Milenka. A metà spettacolo, lo spettatore capirà di aver sbagliato tutto: Giovanni sotto un carattere mite e accondiscendente nasconde un’indole meschina e dominatrice, pur mantenendo un’innocenza quasi bambinesca (rivela tutti i tradimenti come se stesse parlando di piccole bugie); dall’altra parte Milenka ha un carattere amorevole e fragile, che richiede anni per riprendersi dallo shock del marito. Il tradimento è l’espediente di Bergman per aprire il vaso di pandora delle relazioni matrimoniali dal dopoguerra in poi: routine, silenzi, segreti, una felicità pallida, problemi nascosti, sintomi di una relazione malata che vengono ignorati. La regia di Andrej Končalovskij (la sua seconda regia teatrale in Italia) unisce la complessa trama psicologica a un intenso lavoro cromatico: il rosso che accompagna Milenka e la lega alla cucina, si spegne dopo il tradimento; mentre un beige pallido relega Giovanni al divano e alla presunta mitezza, prima di scomparire all’estero. Ma proprio come un vaso di pandora, rimane come ultima la speranza: Giovanni non vuole liberare la moglie dal suo giogo, entrambi vorrebbero sistemare il matrimonio e anche dopo il divorzio rimarranno uniti, nel bene e nel male.

Lo spettacolo porta il pubblico a confrontarsi con le proprie relazioni, a rivalutare una sana lite invece di una fittizia serenità, a ricordare l’inevitabile imprevedibilità della vita, la facilità di una bugia. Uno spettacolo edificante ma anche destabilizzante, assolutamente vietato per coppie sposate.