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Lady Macbeth, l’uomo animale

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Barracuda, squalo bianco, myxine… l’inizio del monologo di Lady Macbeth, a prima impressione, suona come una lezione di zoologia; per poi rivelare sorprendentemente gli oscuri e animaleschi giochi di potere e ambizione che si celano dietro “The tragedy of Macbeth”. Il testo in sé è una metafora, un breve scorcio dietro le quinte del capolavoro shakespeariano. Non si vuole riabilitare la figura di Lady Macbeth, anzi il monologo rappresenta un’ulteriore condanna, ma si vuole approfondire la complessità del personaggio da un altro punto di vista (richiamando lontanamente “Rosencrantz e Guildenstern sono morti” di Stoppard).

Per questo la scenografia è minima, un cerchio di sale sparso per terra da cui la protagonista non esce mai, dove sembra richiamata in vita da un rituale macabro. Lo spettacolo mette completamente a nudo la crudezza del matrimonio tra Macbeth e la moglie, attraverso continui rimandi alla tragedia, battute taglienti – sottolineate da una musica in dissonanza con l’atmosfera drammatica -, e confronti con l’aspro mondo animale.

La scrittura e direzione omnicomprensiva di Michele De Vita Conti incontra la splendida recitazione di Maria Alberta Navello, nel compimento di una dramma brevissimo (la durata è inferiore a un’ora), ma con un’elevata efficienza comunicativa.

Lo spettacolo si articola in brevi scene, inframmezzate da buio e musica, che si chiudono spesso con una ‘punch-line’ dell’attrice: frasi secche che forniscono una chiave di lettura nuova e inaspettata a tutto il monologo.

Maria Alberta Navello, utilizzando tutta la sua fisicità, colpisce il pubblico con le immagini forti ed evocative del testo, dando vita al complicato dipinto progettato dal regista: un ritratto vivo e brulicante di ambizione, manipolazione, complicità, dolore. In questa tela l’uomo stesso perde umanità, per trasformarsi in una bestia feroce pronta a scattare.

Lady Macbeth ci mostra come, alla fine, l’uomo sia solamente un an