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teatro Ambra Jovinelli : GIUSEPPE BATTISTON IN ORSON WELLES ROAST. Recensione

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Giuseppe Battiston è in scena fino al 10 novembre al Teatro Ambra Jovinelli nell’intima ricostruzione della vita del regista di Citizen Kane per la regia di Michele De Vita Conti

Orson Welles è “roasted”, come spiega lo stesso personaggio, messo a nudo, arrostito davanti al suo pubblico. È Giuseppe Battiston con un marcato accento statunitense a fare da cicerone all’interno della vita dell’iconico regista passando per gli episodi che ne hanno segnato l’ascesa. Un Welles che a sua detta non ha mai mischiato muse e amanti, fin da giovane definito un prodigio, parla degli incontri che hanno forgiato la nascita del suo cinema e del suo teatro con una buona dose di autoironia. Battiston, autore insieme al regista Michele De Vita Conti dello script, riempie il palco con forte presenza scenica per l’intera durata della rappresentazione, 60 minuti in un atto unico. L’attore anima egregiamente il suo personaggio in un flusso di coscienza dai toni a mano a mano più accesi con l’aumentare dell’ubriachezza di Welles.

Non c’è dunque necessità di una scenografia che accolga più dell’essenziale, un piccolo frigo contenente una bottiglia di liquore, una cassa da prestigiatore con su scritto “il magnifico Welles” al centro della scena, un riflettore.

Sono molti i contrasti a partire da quello tra l’enorme ego dell’Orson che ripercorre la sua eccezionale vita e il suo aspetto sfatto causato dai vizi, gli accenni ai grandi riferimenti di Welles come Kafka e Shakespeare alternati a toni più confidenziali.

Wells parla poi a più riprese di una scissione, quella tipicamente anglosassone tra il “qui” dell’isola e ”l’over here” della lontana terraferma che richiama alla nostalgia del tempo mai esistito di una pacifica “merry England”. Orson Welles ben consapevole del suo essere “roasted”, punta la luce del riflettore sul pubblico accecandolo, un gesto ripetuto che tripartisce la durata dell’atto unico.

La cassa al centro della scena ben simboleggia la doppia vocazione del regista a metà strada tra illusione da prestigiatore e l’uso consapevole del mezzo. Una lezione tanto più vera nel caso di Welles artista e sperimentatore nell’ambito dell’allora giovane cinema che con rabbia incita a sperimentare, costruire intervenire in modo creativo sul terreno fertile di una nuova tecnologia.

Passaggio cruciale del monologo è la riflessione sul celebre “incidente” causato dalla trasmissione radiofonica “La guerra dei mondi”. “Un reato”, è cosi che il regista definisce a posteriori l’episodio in cui il proprio sceneggiato gettò nel panico i radioascoltatori convinti di un’ imminente invasione aliena. Un espediente questo che porta a riflettere sulla mistificazione della verità a livello pubblico.

“Orson Welles’ roast” è un’intima restituzione della vita del regista, una ricostruzione intima quanto quella realizzata dall’occhio della camera sul finale di Citizen Kane. Quello interpretato da Battiston è un personaggio ben costruito che porta con sé un intricato mondo di istanze interiori. Il Welles di De Vita Conti si lascia influenzare dalla bellezza del giardino del suo amico torero Antonio Ordoñez ma tiene alta la guardia perché “la guerra continua” e c’è necessità di combattere come egli stesso fece per finanziare e difendere le sue straordinarie lunghissime inquadrature dalle forbici del montaggio tradizionale.