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Tra la copia e la finzione J’accuse

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 L’ufficiale e la spia 

Un campo totale passa in rassegna l’esercito Francese, militari a cui seguono altri militari, un numero considerevole di soldati riuniti solo per l’ufficiale degradazione di Alfred Dreyfus. Così si apre “J’accuse” di Roman Polansky, presentato alla 76^ Mostra del Cinema di Venezia. Il regista, alla veneranda età di 86 anni, sceglie di rileggere uno dei casi più spinosi dell’esercito francese; lo fa con intelligente spirito critico e un’autorevolezza propria di un grande Maestro del cinema. Il film è costellato di scelte registiche forti, inquadrature decise ma leggere, quasi non si percepisce la mano di Polanski che guida il nostro occhio nel labirinto di depistaggi cui Georges Picquart cerca di trovare una via d’uscita.

Guardare “J’accuse” significa riscoprire il piacere del grande cinema; col riconoscibile tocco di Polanski, nelle scenografie dai colori esangui e in lampi di ironia fulminante. La ricostruzione storica è fedelissima, il Maestro gioca tra i concetti di ‘ricostruzione’ e ‘rielaborazione’, tra la differenza fra ‘copia’ e ‘falso’, che è alla base del processo espiatorio contro Dreyfus. Viene dato rilievo al rapporto tra le istituzioni e la loro immagine, dove solo la stampa ha il potere di intervenire, smuovendo gli animi di un popolo che rimane, nonostante tutto, una palpitante massa indistinta, contro i luccicanti abiti degli ufficiali e le finissime penne degli scrittori.

In questi film Polanski mette tutto sé stesso, al centro di un turbine tra senso di colpa, condanna, innocenza e persecuzione antisemita. Un sordo senso del dovere guida Picquart attraverso la storia, nonostante la sua personale avversione per Dreyfus, smuovendo tutte le fondamenta di bugie dei vertici militari. In lui il regista ripone sogni e speranze, essendo più simile a Dreyfus per condizione. Ma a prescindere dalla storia dell’autore, il film rimane una pura esperienza cinematografica, nella sua bellezza, portando alla luce grandi problemi umani e della società. Guardandolo ci si chiede, potrebbe succedere di nuovo?