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Terme di Caracalla, Turandot tra le bambole di Krief. Intervista audio con Juraj Valcuha

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La Cina è vicina. Così la “Turandot” sbarca alle Terme di Caracalla. Non troppo lontano dal mondo romano, non troppo vicino ai legionari dell’Impero. Il tutto voluto da una precisa scelta del regista, Denis Krief, che ha voluto: «sposare la poetica dei ruderi con la rappresentazione dell’Opera di Puccini». Come infatti ha spiegato Carlo Fuortes, il Sovrintendente: «Fare la Turandot in questo luogo comporta una profonda consapevolezza di come questo posto possa amplificare in modo meraviglioso senso e significato di tutto». Un successo dopo l’altro, quelli di Fuortes: solo a oggi sono più di i milioni di euro incassati grazie alla sua gestione.
Il nuovo allestimento, sotto la regia di Krief, alla sua sesta “Turandot” ma alla sua prima versione Caracalla, sarà una provocazione ideale per il pubblico romano e non. Spiega Krief: «Uso esclusivamente due materiali: il bambù per il profumo asiatico, e il legno, per l’acustica, e il suo calore». Sulle bambole che saranno visibili in scena il regista spiega: «La Bambola in scena è un riferimento preso da de Chirico e la sua ‘Piazza d’Italia’. L’idea di questa signora Turandot che non vuol crescere e non vuole l’uomo è il contrario di Rusalka; qui lei vuole rimanere bambina, quindi gioca ancora con le bambole». La direzione dell’opera di Puccini, la seconda nel cartellone dedicato al compositore quest’anno alla stagione delle Terme, è affidata a Juraj Valcuha. Al suo debutto per la stagione romana. Per le repliche del 4 e 8 agosto la bacchetta che dirigerà la Turandot sarà quella, invece, del Maestro Donadio. Il bianco sarà il colore dominante, ma «La Cina è solo suggerita – dice ancora Krief – non mi concentro sul riferimento geografico, ma sui personaggio, sulla storia». La “Turandot” è un’opera incompiuta. Ma il direttore d’orchestra, parlando del mistero della sua incompiutezza: «meglio tenere aperto l’enigma, come per Bruckner e le sue sinfonie, cercando le risposte». È un’opera sinfonica, secondo Valcuha, e «ci sono tanti momenti di scrittura orchestrale meravigliosa, ma anche una grande intimità, e una delicatezza nella partitura tipica di Puccini». Puccini, spiega il direttore, usa nella sua opera «un linguaggio moderno, come con i 13 gong, per esempio, o armonicamente, ma anche con la scrittura orchestrale, chiaramente ispirato dall’Oriente e dalla musica francese». Si intuisce «quanto Puccini ci abbia investito, con le dissonanze, ma anche con la semplice umanità di Liù pesata nel suo modo pentatonico, ma anche la grande tensione dei tre enigmi».
Denis Krief, invece, da par suo spiega come invece l’opera incompiuta sia profondamente compiuta. «La Turandot non è incompiuta – dice Krief -. Ci sono a volte dei falsi problemi. Puccini si è fermato nello scrivere perché non sapeva come finire la storia. Un grande signore dell’arte e della cultura come lui non si sarebbe mai fermato un anno e mezzo prima di morire perché non sapeva come finirlo». Per la scenografia Krief dice: «La Cina che vedrete sono le mie impressioni di viaggiatore. Degli anni ’80». Krief non vuole proporre esegesi della sua Turandot e, parafrasando Proust, conclude: «Lo spettacolo è di chi lo guarda».

Il direttore Valcuha svela i misteri della “Turandot” ai lettori di B in Rome

Proseguono le “Lezioni di Opera”, tenute dal Maestro Giovanni Bietti. La lezione sulla “Turandot” si svolgerà mercoledì 15 luglio, ore 19, in occasione della “prima”. La lezione è aperta a tutti. Il costo è di 5 euro.

Info: www.operaroma.it