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La danza del RNZB, dalle radici ancestrali ai cori degli angeli

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Foto di Evan Li, Il Royal New Zealand Ballet in
Foto di Evan Li, Il Royal New Zealand Ballet in "A passing cloud"

Giovedì 3 dicembre il Royal New Zealand Ballet ha emozionato il pubblico romano all’Auditorium Conciliazione con “A passing cloud”, come primo evento della rassegna “Tersicore”, diretta da Daniele Cipriani, ormai alla sua decima edizione.

The anatomy of a passing cloud”, la prima coreografia, di Javier De Frutos, ci immerge nelle isole del pacifico. Come in un incontro sulla spiaggia, con la radio che cambia le canzoni, è un’allegria di corpi in una terra in cui sembra non venire mai la brutta stagione, in cui si vive, si danza e ci si innamora al ritmo di tamburi e ukulele. Si danza con vestiti bianchi a fiori colorati e nelle orecchie il mare e cori gioiosi maschili e femminili finché dall’energia fra il piede e la terra non scaturisce il rituale. Intorno ad un grande cerchio bianco, cerchio del sacro, si balla su parole del Libro della Genesi in lingua maori. La danza è il linguaggio supremo, connessione ancestrale di corpi e anime, fusione di natura e divinità, essa è sacra.

Cambio di orizzonti con “Dear horizon” di Andrew Simmons e “Passchendaele” di Neil Ieremia, due lavori ispirati alla Grande Guerra. “Dear horizon” è un pezzo che parla di morte, cupo e di alta tensione, in cui predominano il grigio, l’angoscia e il tormento di una coreografia inquieta e inquietante – ancora di più se messa in opposizione a quella di De Frutos. “Passchendaele”, che è una località neozelandese in cui si combatté una battaglia famosa, è ancora pervasa di malinconia è tristezza ma anche di speranza perché la guerra è finita ed è il momento di rialzarsi e ricostruire.

La quarta coreografia è firmata Andonis Foniadakis e si intitola “Selon désir”. Irrompe sulla scena una ragazza che, su una musica tesa, si agita in maniera irrequieta e ansiosa per alcuni minuti, poi una quindicina di ballerini fa il proprio ingresso sul palco, tutti (maschi e femmine) indossando costumi colorati, composti da una maglia e una gonna sopra il ginocchio. Le ragazze hanno sciolto del tutto le loro chiome e Bach e Foniadakis hanno sprigionato il divino, perché se nell’uno i cori degli angeli cantano, nell’altro i cori degli angeli danzano, un po’ tremendi e un po’ celesti come solo gli angeli sanno essere, senza un attimo di respiro, misticamente infiammati. Il resto del tempo è un tripudio di forza, grandezza, magnificenza, furia e potenza sublimi ma tutt’altro che incorporee.