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Un’isola di anticonformismo al Piccolo Eliseo

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“L’isola degli schiavi” (1725) di Pierre de Marivaux – in scena al Teatro Piccolo Eliseo per la regia Ferdinando Ceriani – è un testo semplice e lineare, che cela però dietro le trame di una drammaturgia d’impianto classico un profondo anticonformismo per l’epoca in cui è stato scritto e portato in scena dalla Comédie-Italienne di Parigi. Quattro dispersi, Ificrate (Stefano Fresi) e il suo servo Arlecchino (Giovanni Anzaldo), Efrosine (Ippolita Baldini) e la sua serva Cleante (Carla Ferraro), sono gettati da un naufragio su un’isola dove un gruppo di schiavi, governati da Trivellino (Carlo Ragone), ha fondato una singolare repubblica in cui i servi scambiano il loro posto con quello dei padroni e sono liberi di vendicarsi dei torti subiti, mentre i secondi sperimentano quali mali si patiscono in schiavitù. Questa commedia, che a ragione si può definire sociale, non si limita però ad un’utopica critica dello status quo, ma cerca al contempo di andare più a fondo nello scandagliare le ragioni del mancato riconoscimento della dimensione dell’altro in quanto diverso da noi, per mettere in risalto il ruolo fondamentale dell’empatia in qualsivoglia rapporto umano. Una sensibilità rivoluzionaria quella di Marivaux, fatta emergere attraverso l’ironia tipica della Commedia dell’Arte, mai però troppo spinta a livello interpretativo: gli attori infatti – tutti in parte ed efficaci nel far emergere emotivamente pregi e difetti del proprio ruolo sociale – modulano con abilità una recitazione più classica e una più naturale, in un equilibrio che permette così al messaggio di arrivare senza limitare lo spettatore ad una fruizione meramente ricreativa. La regia, semplice e al servizio del testo, è agevolata anche dalla felice scelta di una pratica scenografia rotante e rialzata (all’occorrenza altura, zona di vedetta o prigione) che compensa le esigenze dinamiche di un’opera che altrimenti, priprio per le sue prerogative, rischierebbe di risultare statica nella messa in scena. Giusti i costumi, equilibrate le luci e spassoso l’inaspettato canto finale. Uno spettacolo consigliabile perché classico e contemporaneo allo stesso tempo, semplice e ricco senza ostentarlo, da cui si esce riflettendo col sorriso.

Colette