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Un trittico che convince solo per un terzo

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Come una discesa alla Wanda Osiris, dal più bello al meno piacevole. Questa è stata l’impressione dopo aver visto il “Trittico” di Puccini, per la regia di Damiano Michieletto. Una regia che ha voluto dare una lettura piuttosto singolare di tutta l’opera. Immaginando, il regista appunto, che tutte e tre le opere di Puccini fossero fatte per essere collegate da un ideale filo rosso della maternità, partendo da “Il tabarro” fino a “Gianni Schicchi”, pare quasi che un vagito di un “bimbo mai nato” aleggi su tutta la sala. Fuori luogo a nostro avviso.

La scelta di leggere in chiave materna un trittico, che ha il tema dell’Amore come nodo centrale, è quanto mai difficile da digerir, poco convincente. E’ stato, infatti, necessario operare una violenza registica: facendo riapparire il protagonista del Tabarro nel finale di “Gianni Schicchi”, per far capire come questa ring composition avesse un qualche senso.

“Suor Angelica”, ambientata in un Magdalene College, è forse la meno riuscita. Certo, la libera interpretazione di un testo è un dovere per il regista, ma certe volte si parte da un assunto ideologico anzi che arrivare a una conclusione ideale. Così, ipotizzando una violenza storica su una Suor Angelica del passato, si è pensato che la migliore violenza di oggi possa essere rappresentata da quell’orrore dei Magdalene irlandesi. Perché? Ecco, per quale motivo una scelta ideologica sociale, ambientata in un’area cattolica retriva e gretta, come l’Irlanda di allora, può essere paragonata a una situazione politica dell’Italia di cento anni fa? Le opzioni sono due: o è fuori luogo, o si è costretti ad ammettere che l’Italia di Puccini fosse almeno cento anni avanti rispetto all’Irlanda degli anni ’70. Si è più propensi alla prima ipotesi.

La bacchetta di Rustioni ha saputo cogliere al massimo la profondità melodica del testo. Rafforzando i brani descrittivi la tavolozza pittorica di Puccini è riuscita a essere messa appieno in risalto; talvolta, però, le voci dei cantanti venivano messe in secondo piano da una massa sonora di prestigio ma troppo presente. Michele, interpretato da Roberto Frontali, voce pucciniana che rieccheggia uno Scarpia sempre vivo, è stato osannato dal pubblico. Meritatamente. È riuscito a passare da un affranto pescatore rotto dal dolore a un birbante fiorentino senza battere ciglio.

Patricia Racette, che ha interpretato Giorgetta e Suor angelica, si è fatta valere. Splendida in “Senza mamma” e anche “E’ ben altro il mio sogno”. Ha lasciato, invece, a bocca asciutta l’aria “O mio babbino caro”, di Lauretta-Ekaterina Sadovnikova. Un’attesa così lunga, finita in una voce che non è riuscita a controllare la marea musica, ma che ne è quasi finita schiacciata.