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Re Lear ovvero Finale di partita. La storia

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Il Globe Theatre di Villa Borghese, diretto da Gigi Proietti, inaugura la stagione con Re Lear, l’opera scritta da William Shakespeare nel 1605-1606, adattamento e regia di Giuseppe Dipasquale.

Quasi tutte le esposizioni shakespeariane sono sorprendenti per la loro immediatezza, per come impostano il tono della tragedia. Re Lear, interpretato da Mariano Rigillo, indice un concorso di eloquenza tra le sue tre figlie,sul tema dell’ amore filiale, e dai risultati del concorso fa dipendere la divisione del proprio regno. Ma Lear è fuori di sé quando, con sguardo stravolto dal potere, disconosce sua figlia minore Cordelia, Silvia Siravo, reputandola ingrata ed impassibile solo perché lei lo ama senza adulazione. Re Lear compie la più banale delle azioni che determinano l’ infezione, le malattie al mondo: apre le porte al male. Un male che porta dentro sé e di cui si svuoterà nel corso di tutta la tragedia. Lear è la parte del male, tanto quanto lo è del bene: è un ossimoro vivente.

La scena resta vuota dal principio alla fine: non c’è nulla all’ infuori della terra crudele su cui l’ uomo compie il suo viaggio dalla culla alla tomba. Il tema del  Re Lear è una domanda sul senso di questo viaggio, sull’ esistenza o meno del Cielo e dell’ Inferno.  La pantomima crea lo spazio scenico: l’ alto, il basso, l’abisso. Shakespeare si serve di tutti i mezzi del teatro anti-illusionista per creare il più realistico e concreto dei paesaggi. Un paesaggio che è solo l’ illusione di un cieco e in cui ci sono la prospettiva e la luce, gli uomini e le cose e persino dei suoni attutiti. Quando questa gigantesca pantomima finisce, non resta che la terra deserta e insanguinata; e su questa terra, su cui è passata la tempesta lasciandosi dietro solo pietre, si svolge il furibondo dialogo tra il Re, il Cieco e il Matto. La pantomima che gli attori recitano sulla scena è grottesca: ha qualcosa del circo. La caduta non è soltanto una parabola filosofica, come il salto nel vuoto del cieco Gloucester: il tema della caduta è condotto ostinatamente e coerentemente da Shakespeare e si ripete almeno quattro volte. La caduta è al tempo stesso fisica e spirituale, corporale e sociale. All’ inizio c’ erano un re, una corte, dei ministri; poi ci sono solo quattro mendicanti che vagano per la campagna tra la pioggia e il vento. La caduta può essere graduale o improvvisa: Lear ha dapprima un seguito di cento persone, poi di cinquanta, poi di una sola. Cade tutto ciò che distingue: cariche, posizione sociale, persino il nome. Anche i nomi sono inutili: ormai ognuno è solo l’ ombra di se stesso. Nient’altro che un uomo.

Nel teatro romantico il Re Lear si trovava perfettamente a suo agio: un Re Lear naturalmente inteso come opera drammatica densa di orrori sulla tragica figura di un re spogliato della corona, contro cui congiurano terra e cielo, natura e uomini. Re Lear inoltre si adattava allo stile della recitazione romantica, consentiva i gesti eleganti e ricercati, le scene d’orrore, i monologhi pieni di grida e di violenza. L’attore poteva svelare le macchie più nere dell’ animo umano che scuotono lo spettatore. Le disgrazie purificavano Lear restituendogli la sua tragica grandezza. Il Re Lear shakespeariano era il “teatro nero” del romanticismo.

Il Lear è nella sua catarsi ridicolo e comico: la comicità è in questo caso l’ intuizione dell’ assurdo ed è molto più disperata della tragicità, la comicità non offre scampo dalle situazioni. Re Lear è un’opera altamente simbolica, come altamente allegorica. Il momento alchemico è dato proprio dalla tempesta, nella quale il disordine degli elementi prova a trovare la sua ricomposizione. Lear alla ricerca del suo amore per Cordelia, Kent, Filippo Brazzaventre, alla ricerca del suo padrone divino; Edgar, Giorgio Musemeci, alla ricerca della sua identità da cancellare per non rinnegare l’identità del padre Gloucester, Sebastiano Stringali; e il Matto, Anna Teresa Rossini, alla perenne ricerca del Nulla che determini l’equilibrio tra ciò che è vero e ciò che può dirsi vero. I personaggi che “cercano” sul cammino della verità sono questi. La verità è cacciata e il suo carnefice ripone il senso delle cose sulla finzione interessata delle due sorelle. Quando queste riveleranno la loro vera intenzione per Lear sarà il vuoto, il nulla. Un nulla da colmare solo con altro nulla.

Re Lear fa l’ effetto di un’ immensa montagna che tutti ammirano, una vetta di fronte alla quale persino il Macbeth e l’ Amleto impallidiscono. Lo si paragona alla Messa in si minore di Bach, alla Quinta e alla Nona Sinfonia di Beethoven, al Parsifal di Wagner, al Giudizio Universale di Michelangelo, al Purgatorio e al Paradiso di Dante.