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Teatro degli Audaci: si va “Oltre la soglia del pulito”

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Ridere è un dovere. Se doverosamente si può ridere, il diritto di chi ride è almeno potersi dire soddisfatti della propria risata. Nello spettacolo in scena al Teatro degli Audaci, “Oltre la soglia del pulito”, il calcolo della variabile del sorriso si è rivelato molto meno difficile del previsto.
Lavoro onesto di una nuova sceneggiatrice, Elisa D’Alterio, il testo riporta la storia di un gruppo di amici che si oppongono coraggiosamente al regime sovietico nella Berlino Est. Il loro lavoro consiste nel far fuggire, attraverso un stretto budello nascosto sottoterra, i profughi. Copertura di tutta l’operazione: una lavanderia.
Armin, uno spietato Flavio de Paola, convince il pubblico sulla profondità spaziale di un personaggio che si può leggere su più angolature. Talvolta naif, Armin è divorato da un senso di colpa che non lascia scampo: vuole la libertà che lui non ha potuto. Maria Cristina Gionta, reinterpreta Ambrose Bierce, quando scriveva nel suo “Dizionario del diavolo,” che l’«Ingenuità. Qualità assai attraente che le donne riescono a conquistare dopo lungo studio e intenso allenamento con gli ammiratori maschi, i quali si compiacciono di credere che ciò somigli al candore della loro giovinezza». È una ingenuità che nasconde una profondità naturale, che fa di lei un personaggio singolare, incline all’onestà, ma che cela una consapevolezza ben più profonda di “come va il mondo”.
Antonio Buttari regge la scena con la maestria di un nobile guitto. Esercita il potere magnetico di attirare il sorriso senza mai essere volgare, resta il garante di una comicità nobile. Lo aveva già spiegato Giuseppe Baretti nella sua “Frusta letteraria”, nel 18° secolo, quando scriveva: «Il sangue nobile è un accidente della fortuna; le azioni nobili caratterizzano il grande».
Enrico Franchi è il vero maestro dello spettacolo. Già si era fatto notare con l’esemplare recitazione tenuta con lo spettacolo di Beckett, “Finale di partita”, ma questa volta è andato anche oltre. Manipolando il personaggio, e adattandovisi, è stato in grado di forgiare, come un piccolo Efesto del teatro, questa macchietta di soldato sovietico. Pur avendo un grande cuore, vive solo di grane politiche. Diametralmente diviso in due, con un “diagonale” assolutamente non calcolabile, non si capisce se il desiderio di libertà di questo Grigory sia reale e sincero, o sia solamente una voglia di vendetta contro il Regime da cui lui, soldato, si aspettava di più. Certo, piange la morte di un ragazzino, ma questo non fa di lui un martire del libero pensiero.
Bernadeth, Antonella Rebecchi è magistrale. Già esplosa in “Rumori fuori scena”, questa volta incide sulla carne della storia del Teatro degli Audaci un altro pezzo di narrazione. Lei è “semplicemente” comica. Non si può non riconoscere un dato evidente. Così «Ci sono certi grandi sentimenti, certe azioni nobili ed elevate che dobbiamo meno alla forza del nostro animo che alla bontà della nostra indole». Diceva Jean de La Bruyère.
Emilia Marra, la moglie di Armin, è perfida, ma buona. Appare e scompare come un sole o una luna, irraggiando una luce che permette di illuminare alcuni meccanismi che, altrimenti, resterebbero nell’ombra.
Ingo, il mago della notte, Stefano Grossi, demiurgo di una libertà cercata da tutti, è la tenerezza di un amore romantico. Di un personaggio come lui, scriveva bene Marcel Proust, in “Sodoma e Gomorra”: «Nell’umanità la regola − che naturalmente comporta delle eccezioni − è che i duri sono dei deboli di cui gli altri non si sono curati, e che i forti, preoccupandosi poco che ci si curi o meno di loro, sono i soli ad avere quella dolcezza che il volgo scambia per debolezza». Da vedere. Perché:
«Cum lenitate asperitas». Diceva il Vate.