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“Deh vieni non tardar”. Al Costanzi di Roma le “Nozze di Figaro”, l’invito di Mozart a volare con la sua musica

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«Esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca». Scriveva Italo Calvino ne “Lezioni americane”. Non si può non concordare con lo scrittore dopo aver visto “Le nozze di figaro” in scena, fino al 3 giugno, al Teatro Costanzi di Roma.
Si tratta del primo capolavoro di Mozart nel mondo dell’opera buffa in lingua italiana. Nata nel 1785, appena tre anni dopo “Il ratto del serraglio”, e dopo altri due tentativi, lasciati cadere per una presunta inconsistenza del libretto, “L’Oca del Cairo” e “Lo sposo deluso”.
L’opera nasce libera da qualsiasi commissione ufficiale, frutto del sodalizio tra Mozart e Lorenzo da Ponte. Personaggio al di là del semplice scrittore, libertino e poeta, dopo una vita di poesia al servizio della corte, morì a New York nel 1838. Mozart conosceva già l’opera di Da Ponte, e due titoli vanno ricordati per capire perfettamente il lavoro del librettista, “Les liaisons dangereuses” di Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, del 1782, e “Point de lendemain” del barone Vivant Denon.
Pur trovandosi sulla scia di questi due capolavori, il frutto del genio mozartiano li trascende. Il motivo è semplice: mentre nei primi due tutto tende verso l’esaltazione illuministica dell’intelligenza, che arriva fino ai parossismi di un cerebralismo fino a se stesso, o peggio, anche all’autodistruzione, si veda “Le relazioni pericolose”, ne “Le nozze di Figaro” l’amore viene celebrato come contraltare della macchinosità feudale. Una sorta di contrappeso al tempo che non vuole andare via.
Se Rivarol, al massimo del suo splendore intellettuale, disse che sarebbe stato in grado di poter scrivere l’equazione di un orgasmo, al contrario da Ponte preferì invece andare oltre le balordaggini di uno scientismo illuminista per arrivare invece al “ti esti”, al “cosa è” dell’amore.
Il tutto, naturalmente, senza tralasciare l’aspetto politico. In effetti, si è alle porte della Rivoluzione, e non mancano gli accenni visionari, per il tempo, quasi come una sorta di profezia. Del resto, Mozart si nega alla violenza antirealista di Beaumarchais, l’autore del testo teatrale dal quale, poi, Da Ponte trasse “Le nozze”.
L’opera quindi ondeggia: tra una indagine condotta col periscopio del sociologo disilluso e quella di un perfetto galantuomo. Il Conte ne viene fuori malconcio, rottame di un mondo che stava morendo. Mentre Figaro, novello piccolo borghese, che borghese ancor non è, ma nemmeno girondino, si vede incoronare sovrano delle piccole meschinerie che portano il “servo” a vincere il “padrone”. Certo è che questo Conte di aristocratico non ha proprio nulla. Se il solo scopo che ha è quello di “copulare” con le servette, già si parte male in partenza.
Oltre a creare una magistrale impalcatura musicale, che il direttore, Rolando Boer, ha saputo reggere magnificamente, nonostante qualche sfasatura tra il cantato e l’accompagnato, o la caduta nel primo duetto dell’opera, Mozart è stato in grado di creare personaggi assolutamente “tridimensionali”, profondi. In grado quindi di dare uno spessore “altro” a una dimensione che correva il rischio di restare “monodimensionale”, attaccata solamente al mondo della critica.
Come scriveva Dal Fabbro l’opera «è una temperie costante di incantevole lirismo». I duetti, i terzetti e i concertati creano una dinamicità che non diventa mai stanca. Sembra quasi un’opera di “conversazione”. Si prenda Rosa Feola, Susanna. Questo soprano, oltre che splendida attrice, è stata anche consumata “conversatrice”, sapendo tenere desto ogni singolo attimo il dialogo, usando tutta l’arte sua che s’accompagna al canto. Dal “Via resti servita”, duetto con Marcellina, al “Crudel perché finora”, altro duetto con il conte, alla splendida aria sola “Deh vieni non tardare”, la Feola non ha avuto un accento fuori posto, mostrando una padronanza della voce perfetta, sorvolando sul primo scivolone. Figaro, Markus Werba, ha brillato fin dall’inizio, con l’aria “Se vuol ballare” fino ad “aprite un po’ quegli occhi”. Quindi, sembra proprio che aver terminato l’opera «quattro gradini alla volta» come scrisse Leopold Mozart, non abbia minimamente inficiato sul prodotto finale.
Se dell’ «Adolescente. Dicesi di chi sta lentamente guarendo dall’infanzia». Come scriveva Ambrose Bierce, di questo Cherubino, Michaela Selinger, si può dire che si trova proprio al centro di quella strana “no man’s land”, dove già l’ormone esplode, ma ai lati della bocca ancora c’è il latte. Semplicemente perfetta. Donata D’Annunzio ha una voce che da sola avrebbe potuto reggere tutta l’opera. Con il suo “porgi amor” ha strappato un applauso che ha fatto brillare il teatro, senza dimenticare la parte civettuola del personaggio che ha saputo far emergere senza eccedere. Vittorio Prato, regale nel ruolo del Conte. Eccellente il suo “Vedrò, mentr’io sospiro”. Ma è stato tutto il cast a essere eccezionale: da Damiana Mizzi, una fantasiosa Barbarina, fino a Carlo Lepore, Don Bartolo.
Le scene di Ezio Frigerio rilucono. Proposte con l’intento di “scoprir meglio l’arcano” sono riuscite a sottolineare la bellezza galante di un’opera che aveva bisogno di una lettura autentica, cosa che i costumi di Franca Squarciapino hanno puntato a ottenere, stando lontano da quelle riletture contemporanee che, troppe volte, sono fatte a uso e consumo del regista di pochi altri eletti. Una direzione che è andata nella stessa direzione, che avendo già il marchio di fabbrica di Strehler, si esaurisce nel nome, pur dando modo a Marina Bianchi di dare il meglio di sé.